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Delta Mud – FANGO

Dopo 20 anni di concerti in giro è nata nei Delta Mud l’esigenza di “lasciare un segno”. Certo a molti di voi sembrerà scontato che una band a un certo punto decida di registrare. Ma molte cose scontate non sono.
Spesso dietro a registrazioni fatte in autoproduzione ci sono situazioni economiche molto favorevoli e comode. Molti artisti possono fare viaggi importanti e lo stesso anno produzioni discografiche senza nessun pensiero. Non è il nostro caso. Purtroppo non apparteniamo a questa elite.
Abbiamo sempre suonato il blues perché è la nostra maniera di stare insieme. Sappiamo che in Italia non è una musica molto amata. Oggi meno che mai grazie all’immondo lavoro fatto dalla politica estera USA. Ciononostante il nostro Background è quello di gente che in questo circuito c’è sempre stata.
Quindi per riuscire a realizzare questo disco abbiamo dovuto prima creare le condizioni necessarie e per questo l’anno scorso abbiamo creato il libro “Come il Diavolo Comanda” scritto da Massimo De Rosa e illustrato da me.
Questo ci ha permesso di poter finanziare la registrazione di “FANGO”.
Avremmo potuto fare un disco di cover e concentrarci su assoli e raffinatezze. Molti fanno così, non è sbagliato. I Delta Mud hanno un sound che avrebbe centrato l’obbiettivo al primo colpo.
Abbiamo scelto un’altra strada, abbiamo deciso di raccontare una storia diversa.
Abbiamo deciso di raccontarla nella nostra lingua. Perché per noi il blues non è una maschera, non è il tributo al Juke Joint e nemmeno alla Windy City, per essere cosa viva non deve esserlo. Non è il vestito della domenica, per essere più gradevoli a quelli del nostro circuito.
Un circuito che gira su se stesso come la ruota di un criceto e non si muove di un centimetro. Un circuito che è disposto a pagare migliaia di euro artisti americani di terz’ultima categoria ma che non si indigna se gli artisti italiani di qualità non vengono mai invitati con lo stesso trattamento nei festival d’oltreoceano.
Questo perché non siamo presi sul serio. E non lo siamo perché quando andiamo a cantare le nostre cose parliamo una lingua più povera dell’italiano di un immigrato di prima generazione.
D’altronde il circuito del blues italiano da più peso agli artigiani che non agli artisti. E questi sono i risultati.
C’è anche da aggiungere che se un artista blues in Italia canta in italiano viene subito etichettato come Pop ed emarginato. Quindi tutti aspetti favorevoli per noi. E infatti non ce ne frega niente, perché la nostra autonomia di artisti passa prima di tutto dal fatto che il sistema non accetti la nostra proposta, in fondo questa è la nostra forza perché ne mette in luce i limiti.
Abbiamo capito che si tratta di una sfida difficile. Cantare in italiano…che idea..ti espone…poetiche fragili possono venire fuori con maggiore evidenza quando non sono mascherate dalla lingua. La scusa di usare il dialetto per poter trarre giovamento da uno slang non ci ha mai sfiorato. Bisogna imparare a scrivere bene nella propria lingua punto! Niente di facile. Noi italiani quando scriviamo non abbiamo il dono della sintesi anzi tendiamo ad essere verbosi. Uno sforzo necessario per tracciare una strada che non siamo stati i primi a tentare ovviamente, ma che ci permette di essere credibili a noi stessi. Certo c’è il fuoco amico di chi vorrebbe che le cose non cambiassero mai, di chi si ostina a guardare il mondo dall’oblò.
Non essere invitati ai festival per noi non è un problema e tutto sommato nemmeno una grossa novità, anche perché gli artisti presenti sono sempre i soliti quattro o cinque e in effetti rappresentano il meglio di un sistema che si sta autodistruggendo come una sorta di orchestra del Titanic post-moderna. D’altro canto van Gogh ha venduto un solo quadro in tutta la sua vita..a suo fratello.
Qui in Romagna un paio di anni fa abbiamo avuto una tragica alluvione che ha cambiato a molti di noi la vita. Ancora oggi quando inizia a piovere molti guardano preoccupati il cielo e i fiumi. Non è una cosa molto diversa da quello che raccontava Charley Patton in High Water Everywhere. Allora la domanda che ci siamo posti è stata: perché noi non lo raccontiamo? Perché non lo raccontiamo con la musica che ci piace suonare? Di cosa abbiamo paura? In effetti seguendo questa intuizione abbiamo composto le 8 tracce che compongono questo disco. Abbiamo raccontato storie che abbiamo vissuto. Non tutte legate all’alluvione ma tutte vere. Ecco la chiave di lettura di FANGO.
Quindi quando sentirete Fango, sentirete il rumore del fiume Montone che carico d’acqua attraversa le campagne portando distruzione, rompendo gli argini. Poi in polvere rossa sentirete una work song che parla dell’ILVA di Taranto e di come alla politica non interessi la vita delle persone, poi in “la fabbrica del zucchero” sentirete l’odore di barbabietola che serviva all’Eridania per fabbricare lo zucchero. Ne “la nebbia è un gatto” vi porteremo nelle atmosfere novembrine della bassa Romagna. Cerco le note è un’ironica preghiera di saluto ad amici che non ci sono più. Il treno parla di un viaggio esistenziale alla ricerca di se stessi, una ricerca che non finisce mai. Buoni propositi è un divertente esame di coscienza che invita a fare le cose e non a rimandarle in continuazione per non darsi degli stupidi quando ci guarderemo indietro.
Questo è un disco artigianale, in cui potete sentire strumenti musicali veri, non roba IA o campionamenti da producers furbastri milanesi. Potete sentire le dita sulle corde della chitarra, l’armonica, la vibrazione della slide sugli avvolgimenti delle corde, i pentolini suonati a mani dude, le spazzole sul cajon, un banjo in accordatura aperta. La voce registrata in due takes, niente finzioni niente giochetti.
Apre il disco “Mani”. Le nostre. Quelle di Massimo De Rosa all’armonica, Matteo Maida alle percussioni, Enrico Canestrari alle chitarre e le mie, Marco Vignazia alla voce e alla chitarra e al banjo. Mani che suonano il blues.
Il disco è stato registrato presso Savana Studio da David Sabiu a Forlì. All’interno sono presenti anche diverse foto di Jari Salamone e di Massimo De Rosa. Le foto di Massimo sono state fatte a Traversara uno dei paesi che ha subito in più occasioni la furia degli eventi atmosferici. Credo aiutino ad entrare nel senso di questo lavoro.
L’etichetta Pagina3 di Vittorio Bartoli ha voluto credere in noi e ha accolto “Fango” nelle sue pubblicazioni, questo ci fa sperare che le storie raccontate in questo piccolo prezioso dischetto possano arrivare al cuore di tante persone che ancora non ci conoscono e che magari per una strana circostanza abbiano voglia di capire da dove arrivano queste note.
Sappiamo che i fans del blues non vedono di buon occhio il blues in italiano, sappiamo che il rischio di essere emarginati da un sistema nichilista e autodistruttivo è una cosa concreta. Sappiamo che questo dischetto se ascoltato nel modo giusto può indicare un modo di utilizzare il blues per raccontare le proprie storie. Dategli un’opportunità.
Andrea Reverendo Giannoni
DELTA MUD-FANGO. Abbiamo tutti un Blues da….
” Se ti piacciono questi Blues , suonali come vuoi “. Questo diceva il grande M. Bloomfield. aggiungo che quando vivi e suoni il blues per davvero diventi fango da plasmare. Questo i DELTA MUD riescono ad impastare e a dare vita al loro Blues generato nel fango e nell’amaro ricordo delle acque alte di casa loro , aggiungendo una caratteristica rara e assai criticata dai pseudo bluesman italiani, almeno una parte del nostro mondo (provare a farlo per credere) un disco di Blues autentico scritto cantato e vissuto in italiano senza presunzione alcuna ma con bellezza e coraggio , da vendere in questo caso. Un meraviglioso set acustico a parte l’harmonica di Massimo De Rosa leggermente elettrica e di grande pathos e atmosfera ,quasi uno spirito posseduto da legba o da qualche Santo o Santa bevitrice delle loro parti . Non da meno le Chitarre ricchissime di Enrico Canestrari e Marco Vignazia che ci fanno sognare quel maledetto o benedetto Delta che ci è cresciuto dentro , anche vicino ,molto vicino a casa cosi per caso. Matteo Maida un perfetto metronomo, shuffle ,rotaie e ruote del treno. Otto blues scritti e cantati in Italiano, una rara meraviglia suonata da tipi che il Blues lo conoscono e lo riconoscono ovunque , da ascoltare anche di notte,come sto facendo adesso e che mi fa capire di non essere solo in questo dannato blues italiano a pensare certe cose e a rischiarle pure. Che bravi questi DELTA MUD e quanto bel fango mi buttano addosso con il loro essere diversi e quanto amore ci regalano con la musica del diavolo e quanto ci raccontano della loro terra.. o del loro fango, anche quello cattivo delle alluvioni. Ordinate subito la vostra copia a Marco Vignazia ,facciamo in modo che questa grazia non si perda ,ascoltatela nel pezzo ” La nebbia è un Gatto”….Quanto Blues e quanta grazia.
Grazie Delta Mud ,dateci ancora tanto Blues , ne abbiamo bisogno ogni giorno.
Roberto Formignani
Ho ascoltato Fango, il lavoro discografico di Marco Vignazia, Enrico Canestrari e Massimo De Rosa, 8 tracce piene di Blues acustico con belle soluzioni ritmiche e cantato in italiano, cosa molto rara e difficile. Complimenti a Max De Rosa per la scelta di affiancare sonorità acustiche con l’armonica elettrificata, non so se dico un’eresia ma il timbro di voce di Marco l’ho trovato molto vicino a quello di Branduardi per la sua intimità (lo so che Branduardi non canta il Blues, ma nel racconto di queste storie ne ho trovato la similitudine). Mi sono tornate in mente sonorità alla John Lee Hooker, Lead Belly, Reverendo Gary Davis e ho trovato una simpatica somiglianza de “Il Treno” con 13 Question Method di Ry Cooder. In Italia c’è molta passione per il Blues e ci sono persone che lo dimostrano con la loro dedizione provando a mettersi in gioco e cercando di rileggere una musica che ha fatto la storia della nostra musica moderna con il loro vissuto e il loro tempo.
Alessandro Vailati
Si scrive Delta Mud, si legge coraggio. Il coraggio di fare un disco blues, bellissimo, tutto di pezzi autografi e cantato in italiano. Otto tracce che raccontano storie di vita vissuta. Fango dimostra che il blues è ancora in grado di sorprendere, emozionare e commuovere. Un plauso agli eroi di questo lavoro: Marco Vignazia (voce, chitarra e banjo), Massimo De Rosa (armonica), Matteo Maida (percussioni) ed Enrico Canestrari (chitarre).
It’s spelled ‘Delta Mud’, but it’s all about courage. The courage to make a stunning blues album, consisting entirely of original tracks and sung in Italian. Eight tracks that tell stories drawn from real life. Fango proves that the blues is still capable of surprising, moving and thrilling. A round of applause for the heroes behind this album: Marco Vignazia (vocals, guitar and banjo), Massimo De Rosa (harmonica), Matteo Maida (percussion) and Enrico Canestrari (guitars).
Vincenzo Martinelli
Non sono un critico, non sono un musicista, sono semplicemente un appassionato di Blues nella maniera più viscerale e sincera che si possa immaginare, quindi questa non e’ una recensione musicale ma la schietta descrizione delle emozioni suscitate da questo ascolto.
Il blues è tornato a casa, dal delta del Mississippi al delta del Po. Dai Juke Joint sparsi tra le piantagioni ai bar dei piccoli Circoli di Partito di cui sono disseminate le nostre campagne.
Note scarne ed essenziali, ritmo e melodia delle 12 battute che si accavallano, rotolando in una dolce e rabbiosa ossessività. La chitarra di Marco crea delle linee essenziali su cui si inserisce la ritmica pulsante del Cajon di Matteo.
Sara’ dovuto pero’ ad una mia particolare predilezione personale che il vero valore aggiunto viene dal soffio della Blues Harp di Max: ritmico quanto basta, graffiante nei momenti giusti e lancinante quando deve. La voce abbastanza accentata e caratterizzata e’ perfettamente congeniale al progetto profondamente legato alle realtà del nostro territorio. Le Mani potrebbero egualmente battere tenendo il ritmo gospel dei raccoglitori di cotone che dei nostri Scariolanti con la schiena curva nella bonifica delle paludi. Tanti anni fa le nostre campagne erano costellate dalle Zuccarire o Fabbriche dello zucchero dove tanti della mia generazione hanno trascorso le estati a lavorare per poter continuare gli studi. Chitarra e armonica rendono perfettamente il ritmo di ruote d’acciaio di un treno che ci porta in un percorso alla ricerca di noi stessi, con noi stessi come unici compagni di viaggio.
Il top si raggiunge però nella title track Fango ovvero Mud, un inno rabbioso e malinconico alla nostra terra offesa e devastata dalla pioggia e dall’alluvione, buia e assassina ( pardon De Gregori). Una terra piena di gente che ha pianto ma si e’ rimboccata le maniche riuscendo a riemergere dalla morsa del fango così come il popolo di New Orleans risorse dalle macerie di Kathrina e dal fango dell’ Old Man River. Chiudiamo così il richiamo al legame tra i due grandi Delta.
Grazie ragazzi per questo lavoro che non se vi porterà in vetta alle charts, ma di sicuro trascinera’ via tanto Fango dal mio e altri cuori.
Enzo.
Playlist.
1 Mani
2 Il treno
3 Fango
4 La fabbrica dello zucchero
5 Cerco le note
6 Polvere rossa
7 La nebbia è un gatto
8 Buoni propositi