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John Henry – Una Leggenda Tra i Binari

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Parlare di John Henry non è facile. Innanzitutto perché rappresenta in qualche modo un eroe nell’universo Folk afroamericano poi perché a questa storia sono state attribuite molte chiavi di lettura e molti intellettuali si sono spesi nel tracciare come spesso avviene la migliore analisi storica possibile del racconto.

Come faccio spesso nei miei articoli parto da qualche considerazione personale. Innanzitutto io John Henry come brano storico l’ho conosciuto tramite la versione fatta da Sonny Terry e Brownie McGee. I due artisti di pedemont blues salgono sul palco e partono con questa infuocata versione della ballata di John Henry lasciandomi letteralmente incollato alla sedia! Il canto ispirato di McGee trova il contraltare nell’armonica ululante di Terry che dona un’incedere ossessivo da “traintime” all’esecuzione e a tratti aggiunge i cori a rinforzare il cantato. Io non amo il pedemont blues, tutti quei brani scanzonati mi infastidiscono quasi, preferisco il deep blues da juke joint, mi emoziona di più…ognuno è fatto a modo suo, ma i due artisti in questione mi sono sempre piaciuti.
Da li parte la mia curiosità nei confronti di questa storia e scopro che le verità storiche se vogliamo dire così sono due, da una parte John Henry è un operaio delle ferrovie, dall’altra un galeotto subappaltato alle ferrovie per creare la rete ferroviaria americana.
Ovviamente, se un po mi conoscete, sapete anche che la versione del galeotto è quella che mi interessa di più!
Per diverse ragioni la considero più attendibile. Soprattutto nella prospettiva di come è morto John Henry, come vedremo più avanti.
La storia si sviluppa con una certa linearità partendo dall’infanzia in cui il piccolo John Henry dichiara a suo padre la fine a cui era destinato.

John Henry was a little baby, sitting on the his papa’s knee
He picked up a hammer and little piece of steel
Said “Hammer’s gonna be the death of me, Lord, Lord
Hammer’s gonna be the death of me”

Questo è un elemento comune a tutte le versioni.
E di versioni ce ne sono un sacco dalla work song fino alla versione di Johnny Cash a quella di Bruce Springsteen.
John Henry è chiaramente un’eroe politicizzato che esalta l’idea socialista delle lotte operaie, ma al tempo stesso è l’incarnazione della virilità superiore dell’uomo afroamericano che sovrasta con la sua forza la meschinità capitalista di chi lo vorrebbe eternamente schiavo e sottomesso. C’è molta carne al fuoco.
Chi vorrebbe esaltare la dimensione socialista colloca il nostro eroe all’interno delle fila degli steel driver (gli operai che facevano i buchi col martello per piazzare le mine ed aprire la via alla strada ferrata) delle ferrovie, chi invece preferisce esaltare la virilità si appoggia alla versione del galeotto.

Un anno feci un corso di lettura biblica e imparai che il valore di una storia è la storia in se, cioè mi spiego meglio. Il fatto che una storia divenga una cosa da trasmettere oralmente tradisce la necessità che questa storia non venga dimenticata. Soprattutto se guardiamo la cosa dal punto di vista di una popolazione dalla scarsa o nulla alfabetizzazione diventa evidente il valore insostituibile della tradizione orale. Quando la parola diventa scrittura si evidenzia invece la necessità che le parole non vengano fraintese perché portano in sé concetti che non devono essere modificati.
Nel caso della tradizione folklorica la tradizione orale trasforma e arricchisce il racconto, ma al tempo stesso lo tiene vivo, cercando il più possibile di non perdere mai il valore “sottotraccia”, così avviene proprio nel caso di John Henry.

John Henry pare che sia vissuto tra il 1840 e il 1872 in Virginia.
Dalle ricerche fatte mi sono imbattuto nell’interessante volume di Nelson “Steel Drivin ‘Man: John Henry, the Untold Story of an American Legend”, nel quale descrisse dettagliatamente la sua scoperta di una documentazione inerente ad un uomo afroamericano di 19 anni alternativamente chiamato John Henry, John W. Henry, o John William Henry nei documenti nascosti del penitenziario della Virginia.
Da alcune fonti pare che John Henry avrebbe potuto lavorare al Big Bend Tunnel della Chesapeake e della Ohio Railway (C&O Railway), ma alte fonti raccontano che il tunnel in questione non fosse quello in quanto al Big Band non furono usate trivelle a vapore.
Nelson indica che la competizione si era svolta a circa 64 km dal Lewis Tunnel, tra Talcott e Millboro, dove i prigionieri lavoravano a contatto con le trivelle a vapore.
Ma quale competizione? Ah Già torniamo alla storia.
Praticamente John Henry sfidò la macchina a vapore, una trivella perforatrice, vincendo la sfida ma morendo subito dopo diventando l’eroe dei minatori delle ferrovie.

Now the man that invented the steam drill
Thought he was mighty fine
But John Henry made fifteen feet
The steam drill only made nine, Lord, Lord
The steam drill only made nine

Più o meno la storia è questa. Infatti termina con la strofa in cui si afferma che tutti i treni che passano davanti alla tomba di John Henry suonano dicendo qui è sepolto lo Steel Driving Man.


They took John Henry to the graveyard
And they buried him in the sand
And every locomotive comes a-roaring by
Says “There lies a steel-driving man, Lord, Lord
There lies a steel-driving man”

Con lo sviluppo della tradizione orale poi si sono aggiunte molte parti al testo, tra cui la presenza femminile di Polly Ann, compagna, moglie e madre. Poi di un figlio e di altre parti poetiche.

Si tratta quindi di un testo epico che cambia praticamente con ogni interprete.
Le motivazioni che si possono trovare al suo interno sono varie e vanno inserite in un contesto storico in cui i diritti civili erano ben lungi dall’essere equamente distribuiti e in cui la mentalità ottocentesca equiparava gli afroamericani a dei muli.
Fare spallucce su questo vorrebbe dire non prestare la dovuta attenzione alle condizioni in cui lavoravano gli Steel Driving Man. Quando si parla di lavori minerari bisogna anche concentrarsi sul DOVE oltre che sul COSA.

Nel caso specifico le montagne che perforavano questi sfortunati erano ricche di Silicio. Questo significa che la vita media di un minatore impiegato in questa attività era circa di 5 anni. Essere subappaltato ai lavori forzati in questo ambito equivaleva a una condanna a morte. E di silicosi morì proprio John Henry.

L’avvento della trivella a vapore se da un lato velocizzò i tempi di realizzazione degli scavi dall’altro aumentò il rischio degli operai nell’esposizione a polveri come quella del silicio aumentando la mortalità nei cantieri. Va sempre ricordato che la forza lavoro impiegata in queste opere era spesso quella dei galeotti e delle chain gang, ragion per cui quando si imbraccia la versione di John Henry “eroe delle lotte operaie per la difesa del proprio lavoro contro la macchina” bisogna considerare almeno che il lavoro per i galeotti non era rischio o tuttalpiù che erano a rischio i galeotti con un lavoro così pericoloso, lavoro che comunque non potevano scegliere se fare o non fare.

John Henry was a little baby, sitting on the his papa’s knee
He picked up a hammer and little piece of steel
Said “Hammer’s gonna be the death of me, Lord, Lord
Hammer’s gonna be the death of me”

The captain said to John Henry
“Gonna bring that steam drill ’round
Gonna bring that sterm drill out on the job
Gonna whop that steel on down, Lord, Lord
Gonna whop that steel on down”

John Henry told his captain
“A man ain’t nothing but a man
But before I let your steam drill beat me down
I’d die with a hammer in my hand, Lord, Lord
I’d die with a hammer in my hand”

John Henry said to his shaker
“Shaker, why don’t you sing?
I’m throwin’ thirty pounds from my hips on down
Just listen to that cold steel ring, Lord, Lord
Just listen to that cold steel ring”

John Henry said to his shaker
“Shaker, you’d better pray
‘Cause if I miss that little piece of steel
Tomorrow be your buryin’ day, Lord, Lord
Tomorrow be your buryin’ day”

The shaker said to John Henry
“I think this mountain’s cavin’ in!”
John Henry said to his shaker, “Man
That ain’t nothin’ but my hammer suckin’ wind! Lord, Lord
That ain’t nothin’ but my hammer suckin’ wind!”

Now the man that invented the steam drill
Thought he was mighty fine
But John Henry made fifteen feet
The steam drill only made nine, Lord, Lord
The steam drill only made nine

John Henry hammered in the mountains
His hammer was striking fire
But he worked so hard, he broke his poor heart
He laid down his hammer and he died, Lord, Lord
He laid down his hammer and he died

John Henry had a little woman
Her name was Polly Ann
John Henry took sick and went to his bed
Polly Ann drove steel like a man, Lord, Lord
Polly Ann drove steel like a man

John Henry had a little baby
You could hold him in the palm of your hand
The last words I heard that poor boy say
“My daddy was a steel driving man, Lord, Lord
My daddy was a steel driving man”

They took John Henry to the graveyard
And they buried him in the sand
And every locomotive comes a-roaring by
Says “There lies a steel-driving man, Lord, Lord
There lies a steel-driving man”

Se amate perdervi nelle suggestioni di luoghi , personaggi e
immagini in tempi remoti… Come un viaggio verso la liberazione
o forse solo verso un’altra illusione? Questo libro fa per voi!

Angelo Leadbelly Rossi

Dopo il libro “Come il diavolo comanda”  troviamo Massimo De Rosa in un nuovo racconto costruito intorno alla leggenda di John Henry. Le leggende interessano molto l’armonicista salernitan-ravennate evidentemente.

Avevamo lasciato Massimo De Rosa alle prese con i diavoli e le leggende del Mississippi immaginario e ora lo incontriamo in questo nuovo racconto che del precedente è l’ideale continuazione e che fa sintesi delle mille versioni di questa storia infilandosi poi in una strada propria che porta alla creazione di una nuova storia con nuovi personaggi e incredibili sviluppi. Anche qui il dato storico diventa una scusa ma Massimo si allontana subito dalla pretenziosa necessità di tracciare una qualsivoglia fonte attendibile di ricerca etnofolkloristica e si butta come di consueto in una dimensione che fa della narrazione la propria ragion d’essere.
Il senso di questo racconto è la riflessione su diversi temi che toccano la nostra quotidianità, il valore della persona, la necessità della tecnologia ma anche del valore del lavoro come strumento che può valorizzare ma anche distruggere l’uomo. Il tutto condito con estratti di Work Song e di canzoni popolari.

Diventa quindi un racconto adatto anche ai non addetti ai lavori, una storia fatta di personaggi forti e cattivi, di redenzione e di valori universali.

Il John Henry di De Rosa non è quindi solo un libro su John Henry ma un’immersione in quanto di più emozionante ci può raccontare il folklore afroamericano.


L’intervista


 

Massimo com’è nato questo nuovo racconto?
Conoscevi la storia di John Henry?

In verità la storia l’ho conosciuta per merito tuo Marco che poi ho approfondito, mi ha incuriosito molto.

Due libri in così poco tempo? Come mai?

Si due libri perché la storia mi ha colpito e ho cominciato a fantasticarci sopra come mi era capitato con Robert Johnson. Poi tu mi hai fatto vedere dei disegni bellissimi e da li si è sviluppata l’idea da cui poi è nato questo secondo racconto.

Sarà distribuito come il libro precedente?

È distribuito come il primo, ma questa volta ci siamo avvalsi anche di una casa editrice on-line (Etabeta), il volume tra l’altro è in un formato più grande che da più risalto ai disegni.

Cosa insegna questa storia?

Beh cosa insegna… penso che si possa dire che con una grande forza non solo si può picchiare il ferro meglio ma soprattutto si rafforza l’etica del lavoro e della persona umana. Sopratutto in quel periodo legato molto a schiavitù e lavori forzati. Sull’impossibilità di poter godere di libertà di parola e sulla discriminazione a causa del colore della pelle. Ricordiamoci che è una storia di fine 800 nata in America tra schiavitù, povertà e fine guerra di successione (che aveva lasciato molti danni e povertà soprattutto tra le persone di colore).

Chiunque fosse interessato ad averne una copia può scrivermi un email a: maxderosa@hotmail.com

Grazie Max!

Un blog al servizio del blues

Blues blog nasce per dare spazio a tutto ciò che riguarda il mio mondo, in particolare la musica blues. È quindi facile che voi troviate tante cose che nelle testate ufficiali, se così si può dire, normalmente non trovano spazio. (Che non significa necessariamente che le cose che pubblicano siano sbagliate o incomplete, sia chiaro). Il Blues Blog è ormai in cima ai motori di ricerca italiani e rappresenta una voce fuori dal coro all’interno di un mondo spesso poco attento a ciò che succede nell’underground. Questo strumento mi ha permesso di salire molto nei motori di ricerca anche come chitarrista blues italiano e artista blues.

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