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Prison Songbook al Carcere di Ferrara

Prison Songbook al carcere di Ferrara è stata la chiusura del percorso di questo progetto. Un percorso iniziato tra mille difficoltà date dal periodo storico (COVID) e da un circuito artistico ancora immaturo e legato a logiche mainstream fallimentari.
Per qualche ragione se uno va in Mississippi a cercare “la verità del blues” torna a casa a mani vuote, ma se va all’interno di un istituto carcerario è come se avesse fatto un master con Son House.
Probabilmente perché il blues è un po’ come la religione, diventa efficace quando si mescola con la vita. Non può essere “esecuzione e basta” o “romanticismo e basta”.
Qui nel carcere di Ferrara tra ragazzi e persone che nella vita avevano probabilmente ascoltato più trap e spazzatura radiofonica di quanto un essere umano possa tollerare abbiamo toccato con mano il blues.
Come sempre avevo cercato di organizzare tutto nei minimi dettagli. Tutto il necessario per lo svolgimento dello spettacolo (cavi, preamplificatori, stomp box, alimentazioni, corde, plettri, strumenti ritmici..) doveva stare in una valigia con l’esclusione delle due Telecaster, alloggiate in una custodia doppia, due reggi chitarra, un asta microfono un leggio e l’inseparabile Roland EX a fungere da amplificatore e da impianto audio. Si perché non c’era stato modo di comunicare con un responsabile tecnico per confrontarci sulle dotazioni di palco fino al giorno del concerto. A seguito di questo avevo deciso di utilizzare la mia attrezzatura con un setup da buskers e di essere autonomo nella gestione del palco.
Sara era visibilmente emozionata e anche un pò acciaccata dai consueti mali di stagione. ma nonostante questo carica e combattiva come suo solito. Infatti come racconterò sarà la protagonista di una performance che lascerà il segno.
Per prima cosa devi lasciare il cellulare al check in, con un tuo documento.
Li capisci che il tuo legame con il mondo finisce. Famiglia e affetti, vengono lasciati fuori. Non avrai modo di mandare nemmeno un aggiornamento sul tuo stato di salute finché non uscirai di nuovo.
A me hanno assegnato un pass con il numero 50. Se lo perdevo diventavo parte integrante della popolazione carceraria. La voce ripeteva “mi raccomando non perdete il pass”.
Era un buon consiglio.
Successivamente iniziano ad aprirsi cancelli e inferriate. Ma questo è solo il primo livello. Poi altre grate, altre porte, altri cancelli, in un gioco di scatole cinesi che sembra non avere fine. In fin dei conti il carcere è la scatola dove la società nasconde senza affrontarle le proprie paure, è il tappeto sotto il quale nascondere la polvere della coscienza.
Prima dell’ingresso negli spazi condivisi dei detenuti stavano dipingendo un murales. Il tema era il tempo.
Il tempo è la cosa più preziosa e anche la più ostile in un carcere. Il tempo è la distanza tra l’adesso e il domani. Tra la prigionia e la libertà. Il tempo è lo spazio da riempire per non impazzire. Il tempo è il momento della riflessione.
L’ozio è il nemico della lucidità può sovrastare la ragione.
Qualunque attività dia senso al tempo vale come l’oro.
Al suo livello più interno si respira una strana libertà, i detenuti si muovono come i pesci in un acquario tra spazi condivisi, fumando sigarette e chiaccherando. In uno di questi spazi abbiamo portato Prison Songbook.
Grazie alla disponibilità della Direzione e all’indispensabile lavoro di intermediazione del dottor. Mario Pantaleoni, alla disponibilità del fotografo Alessandro Corona io e Sara abbiamo finalmente chiuso il cerchio di Prison Songbook.
Non nascondo che avessi una certa apprensione all’inizio. Il pubblico sapevo che per motivi generazionali era difficile fosse venuto in contatto con la musica blues. Ma Prison Songbook è uno di quei rari progetti capaci di avvicinare e anche stavolta ha funzionato alla grande.
Il fatto di poter leggere i testi di Bukka White o Robert Pete Williams tradotti ha creato una enorme empatia tra pubblico e musicisti. Abbiamo avuto una partecipazione pazzesca. Con i detenuti che hanno tenuto il tempo con le mani e ballato dall’inizio alla fine del concerto.
Uno scambio di energia mai provato prima che incitava Sara e Me a dare sempre di più. Un’esperienza fortissima che non dimenticheremo mai.
Sappiamo bene la differenza tra la condizione dei detenuti afroamericani nelle carceri di Angola o Parchman tra gli anni 30 e fine anni 50 e quella dei detenuti del carcere di Ferrara. In quei luoghi si finiva ai lavori forzati per vagabondaggio, se eri nero. A Ferrara la popolazione carceraria è composta prevalentemente da persone che hanno fatto atti gravi per la società (omicidio, stupro, rapimento, rapina, ricettazione, ecc…) la questione razziale ha a che vedere con il fatto che molta parte dei detenuti sono immigrati che vivono di espedienti ai margini di una società. Qui il dato razziale come discriminante socio-legislativa c’entra poco. Ma questo significa anche che il ruolo del carcere può diventare centrale nella fase di rieducazione e reintegrazione tramite il lavoro e la cultura. Quindi iniziative come il concerto di Prison Songbook possono portare un beneficio in questo senso.
Nella speranza che questo apra un nuovo capitolo della storia di Prison Songbook sono comunque convinto che abbiamo fatto conoscere la potenza del blues a persone che probabilmente non avevano idea nemmeno di cosa fosse questa musica e i suoi valori. E già questo è tantissimo.
Le foto sono di Alessandro Ettore Corona – Parallelo 44
Qui un paio di articoli usciti in seguito al concerto
SOUND36
di Alessandro Ettore Corona
PERISCOPIONLINE.IT
di Mauro Presini