BLuesOG | Blues Blog
La ricerca dell’originalità

Abbiamo spesso bisogno di ispirarci, a volte a causa del blocco che colpisce ogni artista. Non c’è niente di nuovo o sbagliato in questo.
Anche nel blues come in tutte le arti esistono tanti livelli di espressione.
L’originalità non nasce necessariamente dalla consapevolezza della propria “posizione nel mondo”.
Molti bluesman erano pienamente naif e inconsapevoli della propria cifra stilistica, altri totalmente manieristi ed ancorati idee pregresse o a Maestri ideali.
Nella nostra società, viziata dagli influencer di instagram con donnine con labbra canotto che ammiccano in selfie con grandangolari per sembrare più alte, la ricerca della propria identità ed unicità diventa una cosa da gente “Stramba”.
Schiere di musicisti impiegano sforzi sovrumani e tempo vitale per assomigliare a Freddie Mercury o ad Angus Young, David Gilmour o Bowie. Milioni di euro in chitarre usate negli anni 70 per registrare quel disco o quella canzone, il tutto in una folle ricerca dell’annullamento della personalità, un suicidio artistico che destinerà questi poveretti all’oblio.
Eppure proprio dal limitato mondo del blues viene un insegnamento importante. Cercare il proprio modo di fare le cose. Di essere artisti anche nel proprio piccolo.
E’ vero che il microcosmo nel quale si muove il bluesman rappresenta un ecosistema di relazione tra pubblico ed artista che permette ed incentiva l’artista stesso a trovare una propria voce.
E’ una cosa che avveniva già in periodi in cui la trasmissione dello stile era esclusivamente orale e non supportata da dischi o spartiti. Son House suonava come Son House, Skip James (che tra l’altro era gelosissimo del suo stile e non voleva far vedere come metteva le dita sulla chitarra) suonava come Skip James, Bukka White come Bukka White. Eppure avevano avuto tutti dei maestri, avevano girato l’America insieme, appreso i trucchi del mestiere un esempio per tutti quello di Lightning Hopkins insieme a Blind Lemon Jafferson, ma poi avevano trovato una propria strada.
La ricerca di un proprio stile non esclude la conoscenza di molti altri stili come nel caso di Robert Johnson che amava tantissimo lo stile di Lonnie Johnson come poi si capisce bene nel brano Malted Milk, ma l’identificazione di un proprio modo di approcciarsi al blues anche a livello lirico diventa preponderante.
A volte trovare la propria strada vuol dire poter avere qualcuno che paga un biglietto per sentirti, a volte no. Ma non conta poi molto perché una volta che hai trovato la tua dimensione espressiva hai già vinto.
Il revivalismo ha dato spesso segnali di grande decadimento creativo ma al contempo ha invogliato ad abbracciare una sana ricerca delle origini. Ad esempio un artista eclettico come Tay Mahal, appartenente alla borghesia benestante, laureato, ha esplorato in modo consapevole molti aspetti della musica popolare dedicando particolare attenzione al blues. Ma quale è la vera cifra stilistica di questo artista? La voce multiforme ed eclettica? Il fingerpicking? Probabilmente è la sua visione d’insieme.
In Italia viviamo in una costante anomalia che è quella della devozione dei modelli originari. Chitarristi eletti ad eroi per la capacità di assomigliare a Ronnie Earl o a SRV, armonicisti sollevati sopra un piedistallo per la capacità di rifare un boogie di Kim Wilson, cantanti nate a Fidenza elette a BluesWoman per la voce alla più-o-meno Koko Taylor. Il tutto nella continua e assurda richiesta di un gesto di approvazione, uno sguardo, una pacca sulla spalla, da parte di qualche presunto artista americano che dica “Good Job Bro!” e “Bro” è una parola pericolosissima soprattutto se pronunciata da qualcuno che prima o poi ti chiederà dei soldi e che poi a dirla tutta tanto fratello non è (anche se ci piace pensarlo e raccontarlo in giro).
Se ci pensiamo bene tutti gli artisti che noi amiamo sono facilmente distinguibili per qualcosa, da BB King ad Albert King, a Lonnie Johnson a Larry McCray, tutti proprio tutti hanno qualcosa che li rende unici.
Pensare che questa unicità sia caduta dal cielo secondo me è un atto di ingenuità. E’ gente che si è impegnata tutti i santi giorni per essere diversa e per poter eccellere nella propria diversità.
Ovviamente sto parlando di grandissimi talenti ma la lezione è valida per tutti.
Gli elementi in gioco sono molteplici, dal suono, al timing, al fraseggio alla ritmica, al timbro vocale alle tematiche affrontate.
L’invito è quindi quello di cercare di essere artisti, che non vuol dire atteggiarsi ad artisti, ma mettere al primo posto la creazione di qualcosa che ci rappresenti, superando la paura del foglio bianco e accettando le proprie differenze dai nostri modelli ideali come caratteristiche che se ben comprese possono diventare i nostri punti di forza e farci emergere dalla massa di cloni creati dall’industria e da una società priva di visione.