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Roberto Formignani – 202

Roberto Formignani è probabilmente uno tra i chitarristi più preparati d’Italia in ambito blues country rock. La storia musicale di Roberto si è intrecciata con gli eventi di black music più significativi del nostro Paese, portando il suo nome in manifestazioni che vedevano in cartellone veri e propri mostri sacri di questo genere.
Al ruolo di chitarrista affianca un’intensa attività didattica presso AMF Scuola di Musica Moderna di Ferrara. Ambito nel quale trova ampio spazio l’insegnamento della musica americana tradizionale come raramente si vede in istituti di formazione musicale.
Roberto abbraccia molti linguaggi ed è frequente trovare nelle sue esecuzioni elementi di chiave country come i banjo rolls ed tipici fraseggi del Chicago blues elettrico.
Avevo avuto modo qualche tempo fa di chiedere una sua testimonianza in un articolo di questo blog dedicato alla Fender Telecaster di cui lui è un collaudato utilizzatore (qui il link). Lui essendo persona assai affabile e disponibile aveva accettato, ci siamo in epoche recenti incontrati presso l’AMF e per l’occasione mi ha donato il suo ultimo lavoro il cd 202.
Qui siamo in “Un altro pianeta” dal punto di vista dei suoni rispetto alle produzioni medie italiane. Questo disco porta in sé probabilmente il miglior sound “Country Rock-Blues” che si possa sperare di sentire in una produzione di questo tipo.
Roberto sfodera anche l’armonica, probabilmente suo tributo personale all’indimenticato Antonio D’Adamo, compagno d’avventure del chitarrista ferrarese per molti anni ed una voce adatta al repertorio proposto.
Ho ascoltato diverse volte questo lavoro e non ho trovato punti deboli.
La fa da padrona il totale controllo del suono e l’ormai acquisita padronanza dei propri mezzi espressivi. Si alternano ballate e brani dalle sonorità New Country, shuffle blues e tanto altro.
Roberto suona sia in standard tuning che in open, sia l’elettrica che la resofonica sempre con estrema precisione ed eleganza.
202 non è un disco di blues è un pò la sintesi di un percorso fatto all’interno della grande tradizione della musica americana nella sua interezza con la dimensione caleidoscopica che in fin dei conti nasce dal fatto di essere una musica fatta da immigrati che mescolarono le loro culture producendo una nuova estetica musicale moderna.
Come sapete mi piace sapere dagli artisti le motivazioni e i retroscena dei loro lavori, ragion per cui ho chiesto a Roberto di raccontarci il suo 202 e di altre cose.
Foto di Guido Harari
PLAYLIST
1. Early Fifties
2. Dirty Road
3. If You Want To Be My Friend
4. The Blues Door (Gorée)
5. Hey My Lord
6. Like When I Was Young
7. Running On The Mountain
8. All In Vain
9. Sliding On The Blue Sunset
10. Irish
11. Refugiados
Foto di Paolo Bertazza
L’intervista
Ciao Roberto grazie per la chiacchierata. Innanzitutto cosa significa “202”?
Grazie a te Marco per l’ospitalità e l’opportunità.
Mentre stavamo registrando l’album, parlando con Alessandro Lapia, il bassista, gli stavo raccontando di una chitarra che possiedo e che è una Fender Telecaster costruita in occasione del 40esimo anniversario del modello ed è stata anche l’occasione nel 1989 di istituire il reparto Custom Shop della Fender, la mia, di cui sono venuto in possesso tramite uno scambio nel 1990 durante una lezione, è la 202 di 300 esemplari. Poi
sottolineavo a “Lapi” (il bassista) che io sono nato il 2 febbraio e che la chitarra che ho in mano nella foto di copertina fatta da Guido Harari (non è la 202 di 300) è stata fatta dalla Fender il 2 febbraio del 2001; a questo punto Lapi mi ha detto: perchè non chiami il Cd 202? e io gli ho dato retta, perchè in effetti è un numero piuttosto ricorrente e che mi appartiene.
11 tracce contenute nel disco, tutti brani originali, ce n’è qualcuno che parla di te più degli altri?
Sono un po’ tutti la proiezione del mio immaginario, ad esempio Early Fifties parla del periodo Rock’n Roll degli anni ’50 che per me deve essere stato un momento magico. Mio padre, grande appassionato di Jazz e cofondatore del Jazz Club Ferrara otre che vicepresidente per tanti anni, mi faceva ascoltare molta musica e la sua passione per il ballo swing si trasponeva nelle big band di Count Basie, Duke Ellington, Benny Goodman, ma anche in Billy Healey and The Comets, e il testo del brano lo dice infatti. Mi faceva ascoltare il Rock’n Roll perchè forse per un ragazzino poteva essere più avvicinante del jazz.
Dirty Road invece parla della difficoltà che un musicista ha a perseguire la sua retta via senza farsi distrarre dalle leggi del mercato discografico e dalle mode del momento, cosa che di questi tempi sembra quasi impossibile. Ci sono poi brani più introspettivi come If You Want to Be My Friend oppure Hey My Lord; in quest’ultimo ha sperimentato per la prima volta un testo religioso, cosa che non avevo mai fatto, mi ha ispirato principalmente il secondo accordo della canzone, che mi ha evocato qualcosa di mistico e il testo è venuto di getto.
Un brano a cui tengo molto è The Blues Door (Gorée) che parla dell’isola da dove tutti i neri partirono per l’America per diventare schiavi, ho visto un documentario su quell’isola e sono rimasto davvero colpito.
É un po’ il mio modo di fare Blues, infilarlo un po’ ovunque sottoforma di fraseggio e a volte di racconto, non per forza sotto le vesti delle 12 battute.
Chi suona con te in questo disco?
I musicisti che suonano con me ormai da tanti anni sono Roberto Morsiani alla batteria e Alessandro Lapia al basso, ormai abbiamo un grande feeling e di loro mi fido ciecamente.
Sentiamo anche un’armonica, parlaci di questa scelta
Ho sempre amato questo strumento e l’ho suonato fin dagli anni ’70, poi l’ho abbandonato quando ho conosciuto Antonio D’Adamo, armonicista con il quale ho suonato per 25 anni nella Mannish Blues Band poi in The Bluesmen, scomparso nel 2005. Quando suonavamo insieme non c’era assolutamente bisogno della mia scarsissima armonica perchè c’era lui, non l’ho suonata quindi per tanto tempo. Adesso quando faccio un disco, anche se la suono così così…la metto sempre come un sincero omaggio a lui.
Lo presenterai dal vivo in contesti importanti, quali sono gli appuntamenti più prestigiosi?
Intanto faremo una data zero di presentazione a Ferrara alla Sala Estense il 3 aprile, poi ho diversi contatti per festival e aperture importanti che per il momento sono sulla parola e da definire, non posso quindi dire molto di più. Credo comunque che sia un disco che farà parlare e di conseguenza porterà diversi concerti.
Quali chitarre hai usato per le registrazioni e dove sono state fatte? Colpisce il sound molto americano presente! Hai usato qualche accorgimento particolare?
Le chitarre sono importantissime perchè sono quelle che mi ispirano i pezzi, ogni chitarra ha un pezzo da suggerirti e quindi ne ho usate diverse:
Una telecaster Custom American Original ’50 fiesta red con la quale ho registrato Early Fifties e diverse altre cose, Una Gibson TV Jellow e una Gibson Les Paul Classic premium Plus per Dirty Road, una Gibson 335 Custom Shop per l’assolo di My Lord, una Fender Telecaster Ultra per Like When I Was Young, una Telecaster costruita da Intelisano per All In Vain accordata in G (Slide), Una Danelectro 59 per The Blues Door, Una Telecaster Custom Shop 202 di 300 per Irish, una National Style O 14 per Refugiados, una Martin HD 28 175esimo anniversario per le ritmiche, una Yamaha Classica per l’arpeggio di Refugiados, una Fender stratocaster vintage (1 of 46) per Sliding On The Blue Sunset.
Le registrazioni delle chitarre le ho fatte tutte o a casa o a scuola nella mia aula usando diversi accorgimenti:
amplificatori valvolari (Fender Blues Deluxe o Viblolux o Deluxe Reverb) passati attraverso a degli aggeggi (two notes torpedo captor) che riescono a convertirti il suono e mandarlo nella scheda audio, oppure ho usato un Kemper, oppure ancore dei plug in come Guitar Rig, le chitarre acustiche le ho tutte microfonate con AKG 414.
Per fortuna ho imparato ad usare bene un programma di registrazione e sono così in grado di essere indipendente in fase di registrazione, concentrandomi molto sull’ispirazione, senza essere distratto da altre persone. Le registrazioni di basso batteria e voce sono state fatte al Sonic Design di Sermide di Marco Malavasi.
Quali sono stati i tuoi punti di riferimento per le sonorità presenti in questo lavoro?
Ho sempre ascoltato molta musica incentrata sulla chitarra e ovviamente mi sono ispirato a dei grandi chitarristi come Robben Ford, Larry Carlton, Vince Gill, Brant Mason, Billy Gibbons, per le sonorità più moderne ma ovviamente il mio cuore batte per i vecchi leoni della chitarra blues come Freddie King, BB King, Albert King, Albert Collins, Eric Clapton Buddy Guy, Stevie Ray Vaughan e ovviamente tanti altri
Se dovessi scegliere uno dei tuoi brani per il testo quale sceglieresti? Se invece dovessi sceglierne uno per la musica quale sceglieresti?
Per quanto riguarda il testo da scegliere, sono molto legato ad All In Vain perchè rappresenta lo sconforto nel vedere che tutto quello che fai con la musica, pensando alla musica come cura per la società, non funziona. Sono anni che dico che sarebbe proficuo investire su centri culturali e di aggregazione e poi vedo quello che succede in giro fra baby gang, violenze ecc…so benissimo di
essere un illuso, ma sono cresciuto con l’ideale che la musica servisse a cambiare il mondo…
Per quanto riguarda una parte musicale interessante, credo ce ne siano diverse in questo disco e mi spiego: quando decido che un brano vale la pena di essere inserito, vuol dire che ha qualcosa di speciale per me, quindi bene o male, tutti provengono da un processo di maturazione e di scelte ed essendo il disco piuttosto vario, credo che ogni brano sia un caso a parte degno di nota, dovrei
dilungarmi su gli aspetti tecnici e le scelte artistiche ma non mi sembra il caso di analizzarne uno per uno.
Quanti dischi hai all’attivo?
Ho iniziato con due produzioni Mannish Blues Band in cassetta, poi con un vinile di un trio che si chiamava The Fax Autorized Bootleg, con The Bluesmen abbiamo prodotto 5 dischi in studio, 2 live, con Dirk Hamilton ne ho fatti 3 (uno live con DVD che quest’anno verrà pubblicato su Youtube con una giornata dedicata per festeggiare i 20 anni dall’uscita con la presenza di Dirk il 10 aprile presso la scuola di musica moderna di Ferrara), un triplo CD con The Liberation Project insieme a Phil Manzanera (chitarrista e produttore) e vari altri artisti di fama internazionale come Little Steven, e tre a mio nome, uno dei quali uscito solo online. Se contiamo alcune cose che ho fatto anche per altri, circa una ventina.
Negli anni hai portato la tua chitarra in manifestazioni importantissime, ce n’è una che ricordi in modo particolare? Perché?
In effetti ho suonato in molti festival importanti, credo i più importanti a livello nazionale e ogni posto ha ovviamente qualcosa di speciale, fra incontri, amicizie, emozioni, ricordi indelebili.
Mi piace ricordare con simpatia un concerto del 2005 ad Aosta Blues Festival con Roy Roger che rompe una sua chitarra e me ne chiede una in prestito, oppure tornando molto indietro l’apertura a Imola nel 1982 della Mississippi Delta Blues Band, dove il pubblico del palazzetto della sport quando siamo saliti ci ha fischiati e poi alla fine non voleva che ce ne andassimo più. Sono cose che
non dimenticherò mai perchè sono state quasi traumatiche per quei tempi. Naturalmente ho bellissimi ricordi anche di Pistoia che ci ha accolti un paio di volte, una prima di BB King nell’85 e una prima di Bob Dylan nel 2006. Ce ne sarebbero tanti altri con tanti aneddoti ma sarebbero troppi da raccontare. Comunque tutte esperienze molto formative, non ultima quella fatta con The
Liberation Project in giro per l’Italia su palchi impegnativi come Jova Beach con 45.000,00 presenze.
Se non ti dispiace vorrei cambiare in chiusura argomento.
Antonio D’Adamo è stato probabilmente uno degli armonicisti più forti che sia mai girato dalle nostre parti. Questa amicizia è ancora testimoniata dall’evento che ogni gennaio organizzi alla Sala Estense ce ne vuoi parlare?
Antonio per me è stato un fratello, e io lo sono stato per lui, ci siamo conosciuti nel 1980 e nel 1981 abbiamo fondato insieme la Mannish Blues Band suonando ininterrotamente blues di tutti i generi fino al 2005, anno della sua morte. Quando è venuto a mancare per un male incurabile all’età di 45 anni, non potevo credere a quello che stava succedendo, avendolo sempre reputato indistruttibile
per la sua mole e forza, per noi della band era una specie di super eroe, la sua scomparsa ci ha lasciati attoniti, e quello che ha sentito maggiormente la sua mancanza sono stato io perchè ero la persona più legata a lui, in quel momento ero totalmente perso.
Ho fatto una grande fatica a ritornare a suonare senza di lui e i primi tempi sono stati durissimi, ogni volta che mi voltavo alla mia sinistra, luogo dove lo trovavo con lo sguardo sul palco, mi veniva il magone. Dal 2006 quindi organizzo ogni 5 gennaio alla Sala Estense di Ferrara un concerto in suo ricordo per devolvere il ricavato all’ADO (Assistenza Domiciliare Oncologica) con la presenza di
molti amici armonicisti e il gruppo di cui lui faceva parte (The Bluesmen). In quelle occasioni la sala si riempie sempre anche se ormai sono passati più di 20 anni dalla sua morte, ma è una manifestazione piuttosto sentita in città, oltre ad essere una delle poche occasioni che mette l’armonica a bocca al centro dell’attenzione.
L’insegnamento è parte fondamentale della tua attività, come credi che la musica americana possa essere insegnata efficacemente al giorno d’oggi in una scuola. Quale è il rapporto con i nuovi media dal punto di vista didattico? C’è ancora interesse da parte dei ragazzi nei confronti della musica suonata?
L’insegnamento mi accompagna ormai da 38 anni e le cose da quando ho iniziato sono molto cambiate perchè se un tempo i ragazzi venivano a scuola con le idee chiare di chi avrebbero voluto emulare, quale genere avrebbero voluto imparare e quali brani studiare, adesso si deve iniziare proprio dalla cultura di base, suggerendo indirizzi, generi mai ascoltati, artisti e stili sconosciuti, per
fortuna ci vengono in aiuto dei supporti didattici che un tempo non c’erano e quindi è un attimo fare degli esempi avvalendosi di youtube e delle nuove tecnologie. Se penso che all’inizio insegnavo tirando giù i pezzi da un mangiacassette… L’interesse comunque non manca da parte dell’utenza, l’importante è sapere come stimolare l’allievo.
Ho saputo che IBU ha spostato la sede in AMF dopo che il “baricentro” era storicamente nell’area dell’alta Emilia hai voglia di parlarci anche di questa scelta?
Portare avanti un’associazione di Blues in Italia non è una cosa facile perchè è un genere non riconosciuto ministerialmente, non è inserito nei conservatori come i trienni jazz e quindi viviamo come al solito in una terra di nessuno, gli appassionati sono sempre meno e sempre più sfiduciati dallo stato delle cose, pochi locali che suonano blues, festival che faticano a resistere, poca voglia di
sostenere una causa per il solo gusto di appartenenza, solitamente chi si associa vorrebbe sempre qualcosa in cambio, soprattutto se è un musicista (e non lo biasimo), la cosa quindi è piuttosto frustrante, ma noi lo facciamo con passione e dedizione, a volte ci troviamo online, ma quando ci troviamo in presenza, abbiamo deciso che Ferrara è un punto di raccolta ideale per la sua posizione e per la sua sede che non fa altro che divulgare la musica in tutte le sue forme.
È stato un onore per me accogliere la richiesta dell’associazione di designare la Scuola di Musica di Ferrara come sede di Italia Blues Union.
Grazie Roberto per la disponibilità. Dove si pò ordinare il CD? LINK
Grazie a te Marco,e grazie per le belle domande!
il CD fisico lo si trova a Ferrara
- presso il negozio Pistelli e Bartolucci
- il Boock Shop del Teatro Comunale
- presso la Scuola di Musica Moderna di Ferrara
OPPURE:
Foto di Paolo Bertazza